AMBIENTE
[/aree/documenti/proposta.htm]
Proposta programmatica

La green economy

Proposta approvata dall'Assemble nazionale di Roma 2010 - Pd Open

pubblicato il 20 maggio 2010 , 8318 letture
Pale eoliche  Pale eoliche
Perché la green economy

L’economia verde è l’unica vera opportunità per uscire da due grandi crisi, quella climatica e quella economica, per lasciare un mondo vivibile alle generazioni future, per costruire sviluppo e creare nuovi posti di lavoro tenendo conto del vincolo delle risorse naturali. L’economia verde è quindi una via di sviluppo che può consentire di rilanciare su basi nuove e più solide l’economia che non può tornare su precedenti modelli di crescita alimentati a debito e con un consumo insostenibile di risorse naturali. Nel nostro paese l’economia verde si incrocia con la qualità, la coesione sociale, la ricchezza dei territori; un incrocio che può rendere più competitive le nostre imprese e che è alla base della forza del nostro paese. L’economia verde incrocia trasversalmente ogni settore produttivo, ha i suoi cardini nel risparmio energetico, nell’efficienza energetica, nell’uso di fonti rinnovabili di energia, nelle tecnologie e nelle innovazioni che riducono l’impatto ambientale dei processi produttivi e può applicarsi all’edilizia come alla meccanica, alla chimica come all’agricoltura, al tessile come al turismo di qualità. La scelta della sostenibilità ambientale nei processi produttivi può andare di pari passo a scelte di consumo responsabile, per rendere minimo l’uso di risorse naturali anche nei nostri acquisti di ogni giorno con una preferenza ad esempio per i prodotti locali o per quelli con imballaggi minimi. Dunque, una prospettiva solida per l’Italia fondata sulla qualità e sul valore del made in Italy, sulla ricerca, sulla conoscenza, sulla bellezza dei nostri territori, sulla nostra storia, sulla ricchezza del nostro ambiente.

L’economia verde al centro delle politiche industriali

La riconversione ambientale dell’economia può rappresentare una vera discontinuità, un vero balzo in avanti, quello che l’elettrificazione, le telecomunicazioni, la rivoluzione informatica hanno rappresentato tra fine ottocento e novecento. La costruzione di una società a basso contenuto di carbonio è una prospettiva già in parte in atto, sulla quale le imprese italiane si sono incamminate pur in assenza di un quadro di regole stabili e di incentivi certi. L’economia verde deve essere protagonista di un disegno di sviluppo del paese come concepita nel programma Industria 2015 che va rafforzato e aggiornato ai prossimi anni. C’è il rischio concreto che la crisi economica in Italia non sia solo un fenomeno congiunturale, e quindi un calo a cui segue in modo quasi automatico un rimbalzo positivo, ma si traduca piuttosto in una riduzione della struttura produttiva del paese. È un rischio molto grave, che segnerebbe un impoverimento strutturale e che va contrastato con forza e grande tempestività, sorreggendo con un disegno chiaro di politica industriale linee e settori di possibile sviluppo, privilegiando la chiave dell’economia verde, come hanno già fatto con investimenti consistenti Stati Uniti, Germania e Cina tra gli altri. Non si può pensare di uscire da una crisi arroccandosi in una posizione difensiva, senza investire nel futuro, senza affrontare quegli adeguamenti che possono mettere il nostro sistema produttivo di grado di competere con gli altri.

Favorire l’economia verde è una vera politica nazionale

La sfida dell’economia verde è una sfida per l’intero paese, per la struttura produttiva del nord e per la crescita del sud. Proprio nel mezzogiorno potrebbero realizzarsi i maggiori guadagni in termini di occupazione e di capacità produttiva. Fin qui il Mezzogiorno ha avuto i vantaggi minori dal processo di industrializzazione del secolo scorso ma ha comunque subito costi ambientali notevoli. E in più nelle regioni meridionali risiede la quota più giovane della popolazione italiana, la quota maggiore degli inattivi, la quota maggiore di donne che non partecipano al mercato del lavoro. L’economia verde può diventare nel Sud un elemento catalizzatore della catena di connessione tra ricerca innovazione e produzione per esprimere al meglio le potenzialità del sistema universitario e di ricerca e del patrimonio territoriale. Nelle regioni meridionali, accanto a un rinnovato slancio dell’agricoltura di qualità e del turismo e della salvaguardia quindi del patrimonio storico e paesaggistico, può realizzarsi uno sviluppo importante nella produzione di energia da fonti rinnovabili, con il solare in prima fila, nell’efficienza energetica, nella riqualificazione edilizia soprattutto nelle aree urbane.

Efficienza energetica e fonti di energia rinnovabili

L’efficienza energetica è la vera fonte di energia del futuro. Ridurre il consumo di energia a parità di prodotti e servizi realizzati è la strada maestra per combattere l’emergenza climatica. Si può ottenere un minor consumo di energia negli edifici pubblici o privati, nei processi produttivi, nelle modalità di trasporto. Molto può essere già fatto con la tecnologia e con chiare indicazioni normative come avviene in altri paesi, solo a titolo di esempio in Gran Bretagna tutti gli edifici residenziali di nuova costruzione al 2016 dovranno essere a emissioni zero. Ma si deve investire di più nella ricerca in questo ambito e nella collaborazione fruttuosa tra sistema della ricerca e imprese, possono essere sviluppate quelle tecnologie pervasive che sono alla base anche dello slancio di numerosi spin off del sistema universitario locale. Altra strada maestra è nello sviluppo di energia da fonti rinnovabili e dunque eolico, solare, biomasse, energia idraulica, biocarburanti, geotermia. Possiamo darci l’obiettivo di puntare a una industria nazionale del settore, sapendo che alcuni paesi hanno già maturato esperienza e competenza e altri hanno vantaggi di costo, ma non possiamo rinunciare ad entrare in quegli spazi dell’intera filiera, inclusa la parte alta di ricerca e produzione, che sono alla nostra portata. Accumulare ulteriore ritardo sulla strada dell’efficienza energetica e dello sviluppo delle rinnovabili è un errore strategico che toglie competitività al nostro paese, alle nostre imprese.

Legalità e controlli ambientali

L’economia verde non può che essere un’economia pulita, che rispetta i diritti e le leggi. Non può esserci spazio per il malaffare e per l’uso indiscriminato del territorio e vanno quindi combattute con il massimo rigore le infiltrazioni della criminalità organizzata, che più di altri ha saputo vedere le potenzialità di espansione del settore e condiziona pesantemente la gestione dei rifiuti in molte parti del paese, e i comportamenti illegali che sono alla base dell’impoverimento del territorio e dei rischi per l’incolumità delle persone. Non può esserci spazio per nuovi condoni edilizi o per il mancato rispetto dei vincoli naturali e paesaggistici. L’ambiente va tutelato meglio anche sotto il profilo normativo, anche con la introduzione di norme specifiche che puniscano i reati contro l’ambiente. Allo stesso modo va rafforzato il sistema di controlli ambientali, garantendone autorevolezza e indipendenza. E’ possibile promuovere, come indicato a livello europeo, la collaborazione fra imprese e organismi pubblici, e quindi Ispra, Arpa e Appa, per migliorare la performance ambientale delle imprese e quindi favorire sul mercato le imprese di qualità. Vanno poi sviluppati i servizi ambientali (monitoraggio della qualità dell’aria, circolazione e produttività del mare, gestione dei sistemi costieri, monitoraggio della superficie terrestre e servizi all’agricoltura, adattamento al cambiamento climatico tra gli altri) diffondendo a livello nazionale i risultati ottenuti nell’ambito dei programmi di cooperazione europea.

Riciclo dei rifiuti

Anche qui ci vuole una discontinuità, va rovesciato un modo di vedere seguito fin qui per cui i rifiuti sono solo un problema da gestire nel modo più efficiente possibile e nel rispetto dell’ambiente e della salute. Dobbiamo imparare sempre di più a vedere i rifiuti come una risorsa in un mondo di risorse limitate e quindi immaginare distretti del riciclo, favorire lo sviluppo di industrie locali che riutilizzano i materiali resi disponibili in quantità sempre maggiori dalla promozione della raccolta differenziata per andare verso una vera e propria società del recupero. L’obiettivo rimane quello di non sprecare risorse e quindi sono prioritarie le misure che possono ridurre alla fonte i rifiuti prodotti, sviluppando ad esempio un processo innovativo per la progettazione degli imballaggi.

Il territorio è il principale patrimonio dell’economia verde

Dobbiamo incentivare la manutenzione del territorio per adattare ogni metro quadro alle sfide del cambiamento climatico, cercando, ad esempio, di trattenere l’acqua il più a lungo possibile ove cade, per attenuare l’erosione del suolo e le piene e per ricaricare le falde. Le siccità più lunghe costituiscono un maggior rischio di incendio boschivo che deve essere affrontato con lo sfoltimento del bosco. Da qui la possibilità di recupero di residui agricoli e forestali per produrre energia contribuendo al tempo stesso in modo determinante alla manutenzione del territorio. Vanno sviluppate e diffuse le tecnologie avanzate di monitoraggio, basate sull’integrazione di tecnologie in loco con tecnologie dallo spazio, diffondendo a livello territoriale i risultati ottenuti alla scala internazionale nei grandi programmi di cooperazione europea. Sono da ripristinare i fondi per la difesa del suolo e il contrasto al dissesto idrogeologico che hanno subito tagli drammatici così come vanno ripristinati i fondi per le infrastrutture a livello nazionale e cambiate le regole del patto di stabilità interno in modo da stabilizzare le spese correnti ma consentire la realizzazione di spese per investimento agganciandole ad un percorso sostenibile per i conti pubblici.

L’ambiente anche nel nuovo patto fiscale tra Stato e cittadini

La leva fiscale è uno strumento decisivo per incoraggiare comportamenti virtuosi e penalizzare chi pensa di poter continuare a scaricare il proprio tornaconto di breve periodo sul futuro di ognuno e delle nuove generazioni. Possiamo pensare a una modifica del sistema fiscale in modo da ridurre il carico su lavoratori e imprese per spostarlo sui consumi di energia e di materie prime. Il nostro paese deve inoltre partecipare in maniera più attiva al dibattito aperto in sede europea e mondiale su ipotesi di imposte sulle emissioni di co2 legate ai prodotti, una sorta di tassa ambientale per favorire le produzioni più attente nel rispetto dell’ambiente. Allo stesso modo devono essere resi stabili e certi gli incentivi fiscali per la riqualificazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici così come il credito di imposta per la ricerca.
servizi
Trovi questo documento anche in
 

commenti

#1 Giovanni Desanti, 8/12/2010

BIOMASSE Interessante e importante incontro a Villadossola (VB) sul tema “centrali a biomasse” organizzato dal Comune e ripreso in diretta da Tele VCO con la trasmissione “il sasso nello stagno”. Interessante per la partecipazione non solo di esponenti politici e amministrativi, ma anche di tecnici ed esperti qualificati; importante per la grande partecipazione popolare (sala strapiena alla Fabbrica) e per il metodo proposto dall’ Amministrazione del secondo centro ossolano: trasparenza, informazione, disponibilità a coinvolgere nelle scelte i cittadini, i comitati, i vari portatori di interessi. Marzio Bartolucci, Sindaco PD di Villadossola conclude così la serata: “in una situazione di grave crisi occupazionale, abbiamo l’obbligo morale di prendere in considerazione tutte le proposte industriali che ci vengono presentate, ma anche di valutarle in tutti i loro aspetti connessi alla salute, alle compatibilità ambientali, alla effettiva ricaduta economica di determinate scelte”. Nel merito, praticamente tutti gli intervenuti (da Alberto Poggio del Politecnico di Torino, al Prof.Valerio dell’Istituto Tumori di Genova, dai rappresentanti della Provincia - ing. Proverbio e assessore Pizzi - a quelli di comitati e associazioni) hanno evidenziato la grande cautela che deve essere usata prima di autorizzare impianti che “bruciano” residui legnosi o oli vegetali. I progetti presentati risultano “fuori scala”, non hanno la possibilità di utilizzare una “filiera corta”, risultano economicamente “drogati” dalle agevolazioni dei certificati verdi, difficilmente possono dimostrare di “migliorare” la qualità ambientale dell’aria. E’ stato evidenziato che un impianto a biomasse, per essere considerato efficiente da un punto di vista energetico, deve essere di tipo cogenerativo e sfruttare quindi sia la produzione di energia elettrica, che quella termica attraverso la cessione del vapore ad altri impianti industriali o a edifici civili (teleriscaldamento); se, ipoteticamente, tutti gli edifici di Villadossola fossero teleriscaldati, servirebbero non più di 4 MW di potenza, mentre i progetti ipotizzati ne prevedono una ventina. Anche le potenzialità di reperire in loco il materiale (legname) sono, al momento, praticamente nulle e costose. Dunque: bocciatura delle proposte così come sono state presentate. Non sono però escluse a priori valutazioni diverse se più ponderate e compatibili. Ci permettiamo di aggiungere alcune indicazioni: bisogna dare attuazione agli studi predisposti negli scorsi anni dalla Provincia, dalla Regione e dall’IPLA circa la messa in funzione della “filiera del legno” che – solo in un secondo momento – potrebbe consentire utilizzi energetici di scarti della lavorazione del legno; servono però investimenti dell’ordine di una decina di milioni di euro. Bisogna verificare la fattibilità di impianti per la produzione di “biogas” dalla raccolta differenziata dell’umido, integrata – anche in questo caso – da scarti vegetali. Un progetto di questo tipo era stato inserito nel Piano Integrato Provinciale, ma non ha avuto poi alcun seguito. Alla Provincia, al Coub rifiuti, alle Comunità Montane, alle società di servizi di proprietà dei Comuni ci permettiamo di chiedere di lavorare in queste direzioni: le ricadute sarebbero sicuramente positive sia per l’ambiente che per l’occupazione, molto di più della realizzazione degli impianti attualmente ipotizzati. Gianni Desanti, responsabile Commissione Ambiente del PD VCO

#2 Gian Luca Tanda, 23/1/2011

Va bene qualsiasi cosa che consenta di recuperare energia dalla natura, come ad esempio imporre alle nuove costruzione l'installazione di pannelli solari. Eppure, sono convinto che i gigawatt di energia che servono al nostro paese per evitare di comprarli all'estero, si facciano solo con le centrali nucleari. Siamo un paese privo di risorse naturali: potremmo almeno produrci l'energia da soli, facendo rimanere in Italia la ricchezza che ne deriva, con posti di lavoro e quant'altro. Le industrie siderurgiche soffrono, pagando l'energia il 30% in più rispetto al resto d'Europa. Questa avversione verso il nucleare è incomprensibile: è possibile che solo le scorie possano giustificare tutto ciò? Una centrale nucleare non produce emissioni di CO2 e garantisce energia in grande quantità. Mi dispiace, ma la risposta in termini di risoluzione del problema energia da parte del PD mi sembra un po' sterile. Potremmo farne un business dell'energia, magari essendo noi a venderla all'estero e non viceversa!

#3 Giuseppe Bianco, 27/1/2011

Il documento è interessante ma troppo generico. Non ci serve una lazione su cosa sia la green economy, ma ci si dovrebbe aspettare che chi accede ad un area con proposte programmatiche del PD voglia sapere quali impegni concreti il partito intende prendere per attuare i principi che si limita ad enunciare. Faccio un esempio: come si rende compatibile la agricoltura di qualità con gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ? Il principio è corretto ed è già previsto dalla legge, ma occorre evidenziare come questo principio si traduce in PROPOSTE del PD. Ci sono regioni dove questo tema comincia ad essere sentito, entrambi gli interessi sono meritevoli di tutela, le fonti rinnovabili sno prioritarie per la attuazione del protocollo di Kioto e successivi, e sono di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Analogamente l'agricoltura è un presidio per il territorio, il paesaggio, le tradizioni culturali del paese, il reddito di una parte consistente del nostro tessuto produttivo, l'agricoltore è un costruttore di territorio, e qui parliamo di urbanistica, consumo di territorio, come vedete i temi si intrecciano ed una proposta concreta confligge inevitabilmente con altri indirizzi e temi su cui il partito assume una posizione. Nel caso della scuola il documento evidenzia dieci proposte programmatiche che scendono nel dettaglio tecnico della proposta di legge, dell'intervento. Credo che questa cosa sia indispensabile anche in questo settore, altrimenti siamo agli enunciati di principio, e non si capisce perchè uno dovebbe votare PD o IDV o SEL. Il documento è buono per tutte le stagioni, per diversi partiti, e per ogni territorio. Ne avete tutte le capacità: vogliamo vedere delle proposte concrete ? Cosa dobbiamo spiegare "porta a porta" a chi ci fa domande circostanziate ? Cosa diciamo ai contadini, agli imprenditori del settore, che vogliono impegni concreti ? CHE CI STIAMO PENSANDO ? Grazie. Un tesserato preparato ed impaziente.

#4 Ignazio Paolo Sobrero, 3/3/2011

Il documento programmatico non presenta aspetti originali ed è ben lungi dal corrispondere alla sua pomposa definizione. Si tratta piuttosto di una generica dichiarazione d’intenti ed è forse per tale motivo che suscita scarso interesse come dimostrano i soli 3 commenti pubblicati. Sulle energie alternative possiamo spaziare dalla concretezza di alcuni validi impianti (eolico-biomasse-solare) fino alla panacea energetica che tutto risolve mantenendo l’ambiente bello e pulito, alla favolistica sul pericolo di tumori per taluni fumi emessi, ad esempio, dalle centrali a biomasse. E su quest’ultimo argomento vorrei spendere qualche parola. Senza entrare nelle statistiche ma usando il solo buonsenso verrebbe da pensare che in Alto Adige sono incoscienti ad aver realizzato oltre 50 piccole centrali, mentre in Liguria domina la prudenza essendo in funzione solo 1 piccolo impianto partorito nell’ambito di uno specifico progetto comunitario ed un altro in fase di ultimazione su iniziativa privata ma tra enormi difficoltà sollevate dai “comitati” costituiti ad hoc. Veniamo al dunque, cioè al fatto che il Piano Energetico della Regione Liguria prevede un largo impiego delle biomasse forestali e che il territorio regionale risulta essere il più boscato (percentualmente) d’Italia. C’è qualcosa che non torna e precisamente la politica regionale che non mostra alcun interesse per le risorse esistenti e per le possibili iniziative da attivare. Per mitigare l’inerzia regionale non bastano le solite litanie sulla mancanza di un quadro di riferimento nazionale. Il bosco il Liguria fa notizia solo per gli incendi e per le alluvioni, per il resto è considerato un peso e non una risorsa da gestire per finalità anche diverse dalla mummificazione spacciata per tutela. E allora vado sostenendo che chi deve governare localmente i processi compatibili col (seppur) generico documento programmatico targato PD, visto che siamo in una regione di targa identica, debba essere svegliato dal torpore e debba cominciare a delineare possibilità concrete, non i continui studi ed approfondimenti sul territorio che hanno ormai saturato anche le tasche dei consulenti. Anche l’attenzione mostrata da Repubblica-economia dell’altro ieri 1° marzo è significativa: una pagina intera dedicata alla green economy, con le valutazioni di Nomisma Energia che di certo rappresenta un punto sicuro di riferimento nel settore. Ebbene, i dati essenziali che emergono sono questi: nel campo delle energie rinnovabili c’è stata una crescita di fatturato da 5 a 13 miliardi dal 2008 al 2010, con l’intero comparto che oggi vale oggi 50.000 posti di lavoro. Ma ancora: gli occupati sono cresciuti, tra il 2008 e il 2009, di 10.000 unità pari a due Pomigliano mentre tra il 2009 e il 2010 di altri 20.000 pari a quattro Mirafiori. La fetta più grossa è rappresentata dal settore delle biomasse. Può bastare? Allora io mi chiedo, con l’occhio rivolto alle preoccupanti vicende libiche e riprendendo l’ormai noto leit motiv: se non ora quando ???

#5 claudio caprara, 7/4/2011

Segnalo una invenzione straordinaria, italiana ed estremamente concreta http://radio.rcdc.it/archives/sergio-focardi-parla-il-padre-della-fusione-fredda-ni-h-75679/ http://radio.rcdc.it/archives/energia-ad-ottobre-parte-la-prima-centrale-a-fusione-fredda-73932/

#6 Amilcar Luciani, 19/5/2011

consiglio di guardarci questo link http://www.youtube.com/watch?v=DNu2ZtevsrU&feature=share Diciamo NO AL NUCLEARE ma dobbiamo spingere di più sull'economia verde,non fra un anno o fra 2 anni,il prima possibile dobbiamo cambiare tendenza e rendere realtà l'economia verde,idrogeno e solare in connessione.

#7 Mauro Liberti, 7/7/2011

Ho letto ma sono molto deluso. Solo chiacchiere. Dove si può leggere una nostra proposta esecutiva e quantitativa con indicazione del piano temporale di realizzazione ? Chi ci sta lavorando ? Quanto tempo gli occorre ? Gli serve una aiuto ?

#8 Federico Carrer, 28/8/2011

Nella manovra ci starebbe bene una bella tassa sulle confezioni non riciclabili (es. plastica mista) e sulle buste di carta con finestra. Inoltre rendere obbligatorio il metano nei distributori di carburante abbastanza grandi!

#9 alberto avesani, 22/1/2012

A proposito di energie alternative porto una esperienza personale. Sto installando nel giardino della mia abitazione al piano terra di un comdominio un impinto per la produzione di acqua calda con pannelli solari di 4 metri quadrati. Costo: 7.000 Euro di impianto meno 55% in dieci anni. Vivo a Negrar (VR) un comune assunto a cattivo esempio nazionale per l'urbanizzazione selvaggia degli anni passati anche se si trova tutto, zone industriali comprese in zona a vincolo paesaggistico. Per questo sono costretto a presentare una pratica che dopo parere della Sopraintendenza ai beni architettonici, forse tra 4 mesi e con un costo di altri 1000 Euro mi autorizzerà. Una normativa del giugno 2010 permetterebbe di presentare una pratica paesaggistica semplificata di minor costo e della durata massima di 60 giorni per interventi di "lieve entità" in cui anche il mio caso rientrerebbe. Ma questo non vale per il nostro territorio. Dopo anni di scempi e devastazioni assurde sotto gli occhi di tutti sembra che il problema siano i pannelli solari di 2 metri per 2. Capisco la tutela paesaggistica ma non è possibile che valgano le stesse regole di fronte all'Arena di Verona e nella zone già urbanizzate o addirittura nelle zone industriali anche se di zone genericamnete di pregio. Questa macchinosità e intransigenza fa odiare le regole anche a coloro che come me ritiene che la tutela del paesaggio sia una priorità nazionale. Vorrei che su questi aspetti ci fosse la disponibilità a modificare le regole con bun senso pur mantenedo alta la guardia. Alberto A.

invia un commento

Per lasciare un commento è necessario effettuare l'accesso.
Effettua ora il login oppure registrati.

Mi piace

Scarica

dillo ai tuoi amici

Inserisci le email separate da una virgola  
il tuo nome  
la tua email  
un breve messaggio  
 
L'utente, nel premere il pulsante "invia", dichiara di aver letto e approvato l'informativa sul trattamento dei dati.
[*]